La Diffusione del modello ESPaR è fondamentale perché esso diventi patrimonio comune e venga utilizzato in tutte le sue potenzialità. Anche questa fase conclusiva del progetto prevede azioni su più livelli.

 

Il manuale - Per favorire la diffusione del modello ESPaR è stato redatto un apposito manuale. La prima parte del documento rilegge le più attuali metodologie di consulenza alla carriera alla luce della particolare categoria di destinatari. Segue la descrizione dettagliata del percorso, corredata di schede operative e materiali di lavoro. Contiene, inoltre, un focus sulla sperimentazione del modello.

È possibile SCARICARE il MANUALE in ITALIANO, INGLESE, FRANCESE, SPAGNOLO E TEDESCO collegandosi al  sito refujob.eu . La registrazione per il Download è facile e veloce: sono necessari unicamente il proprio nome e l’indirizzo e-mail.

 

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www.espar.it - Si procede con una ristrutturazione consistente del sito del progetto, che rimarrà attivo per almeno due anni dopo la sua conclusione. Da strumento che descrive l’avanzamento del progetto, diventa lo strumento per divulgare il modello. Tutta la parte attuale viene conservata ma collocata in un’apposita sezione. Viene invece creata una nuova sezione che spiega le caratteristiche del modello e permette di scaricare il manuale e tutto il materiale a supporto del percorso. L’obiettivo è quello di mettere gli operatori di nuovi centri nelle condizioni di poter replicare l’intervento.

 

Convegno finale – Si tiene in Università Cattolica ed è l’occasione per presentare i risultati del progetto e per promuovere il protocollo di intervento ESPaR.

 

Promozione a stakeholder – I membri del comitato scientifico e i responsabili dei partner in Italia, e i referenti dei SAE nelle rispettive nazioni, creano occasioni di promozione del modello presso decisori politici e istituzioni del pubblico e del privato sociale, al fine di favorirne la diffusione e adozione, anche una volta chiuso il progetto, da parte di un numero sempre maggiore di enti attivi nel campo dell’integrazione dei richiedenti asilo. 


Convegno finale progetto Espar

ESPaR è giunto a termine! Al 31 marzo 2018 si è chiuso questo progetto FAMI, durato poco più di 15 mesi, ma molto intenso per il numero di soggetti coinvolti e di attività realizzate. La fase conclusiva di progetto è stata dedicata alla Diffusione al pubblico di quanto realizzato, attraverso l’organizzazione di incontri territoriali a cura dei Partner di progetto e di un Convegno Finale tenutosi a Milano venerdì 9 febbraio 2018 organizzato dal Capofila UCSC. Di seguito la sintesi degli interventi del Convegno finale, tutti peraltro disponibili anche su Youtube per chi non fosse riuscito a parteciparvi. 

Clicca qui per maggiori informazioni sugli incontri di diffusione locale


Dopo i consueti saluti istituzionali di apertura dei lavori, il coordinatore generale di progetto Diego Boerchi ha spiegato al pubblico presente obiettivi e utilità del modello ESPaR. Partendo dall’analisi della situazione occupazionale dei migranti, che vede gli stessi meno e peggio occupati rispetto agli italiani, ha evidenziato i limiti del percorso classico di orientamento loro offerto, basato su un tempestivo inserimento in percorsi di tirocinio o qualificazione, e spiegato la logica sottostante il modello di Bilancio di Competenze ESPaR: l’accompagnamento dell’utente in un percorso di maturazione e crescita personale che lo renda, dapprima, consapevole delle proprie competenze e della loro reale spendibilità nel mercato italiano e, solo successivamente, lo metta in condizione di fare scelte di carriera efficaci e di raccontare agli altri la propria professionalità in modo trasparente ed efficace. Creato e sperimentato il modello, diverse sono risultate le questioni ancora da indagare, a partire dalle modalità della sua divulgazione all’interno del sistema dell’accoglienza e della formazione dei relativi operatori, passando per la sua integrazione con le attività di riqualificazione e inserimento nel mercato del lavoro, fino a giungere alla questione dell’esportabilità del modello all’estero e della sua integrazione coi dispositivi europei esistenti. Questi aspetti hanno rappresentato l’oggetto dei seguenti interventi e discussioni.

Intervento di Diego Boerchi


Prima di entrare nel vivo delle questioni sopra citate, è stata però data la parola a coloro che hanno vissuto in prima persona il percorso ESPaR: gli operatori della sperimentazione e i migranti stessi. Le testimonianze sono state profonde e commoventi, e hanno permeato di senso l’intera giornata!

Cristina Pugnale di Oikos Onlus e Martina Vitalone di Cooperativa Lotta all’Emarginazione hanno raccontato il valore aggiunto di ESPaR rispetto alle loro organizzazioni e per sé stesse come professioniste dell’accoglienza. Da un lato, ESPaR ha indotto le associazioni a riflettere in modo critico sul sistema di orientamento e bilancio di competenze dei richiedenti asilo, carente a livello sistemico e strutturale nonostante il loro maggiore e più urgente bisogno di usufruirne nel momento in cui entrano in un sistema economico e culturale completamente nuovo. Dall’altro, le operatrici hanno vissuto ESPaR come un “luogo privilegiato di narrazione” dove la mediazione ha davvero potuto avere luogo in modo autentico. Gli operatori hanno poi dovuto mettersi ulteriormente in gioco in una sorta di metamediazione per adattare il modello, ideato per essere applicato a più livelli di approfondimento, ai singoli ragazzi di volta in volta coinvolti. 

Oghogo, 22 anni, nigeriana, ha preso parte a ESPaR e successivamente accettato di aiutare un altro gruppo in veste di traduttrice: le è sempre piaciuto e pensa di essere brava ad ascoltare gli altri e ad aiutarli e tradurne non solo le parole ma anche le emozioni. Grazie ad ESPaR, Oghogo ha ora imparato a dare un nome a queste sue capacità: si chiamano competenze relazionali, di comunicazione, di ascolto. Soprattutto, ha capito di voler diventare una mediatrice culturale: dovrà studiare molto per realizzare il suo sogno, ma ora sa di avere le risorse per riuscirci.

Vanessa, 21 anni, viene anche lei dalla Nigeria. Nel suo gruppo c’erano giovani di paesi distanti dal suo che parlavano molte lingue diverse. Vanessa ha così conosciuto persone con cui mai, prima di allora, aveva pensato di parlare: all’interno del gruppo, ciascuno è riuscito a raccontarsi e ad ascoltare gli altri con rispetto, e questo è stato per lei un grande traguardo personale che porterà sempre con sé. Grazie a ESPaR poi, il suo gruppo ha sperimentato le regole e l’impegno necessari per lavorare in Italia: dal rispetto degli orari, al lavoro di gruppo, alla consegna dei compiti – tutto è servito a far capire ai ragazzi come lavorare in Italia possa essere molto diverso dal lavorare in Africa.

Hassan, 26 anni, già prima di lasciare il Ghana, pochi mesi fa, pensava a cosa fare una volta giunto in Italia, ma mai aveva pensato al suo progetto migratorio con tanta attenzione come è riuscito a fare con ESPaR. Sapeva che per continuare a studiare avrebbe dovuto trovare un lavoro per mantenersi, ma grazie al percorso è riuscito a dare una forma più concreta alla sua riprogettazione. Hassan ha anche capito di avere già importanti risorse per farlo: dal Ghana si è portato un bagaglio personale di competenze, alcune legate al suo essere uno sportivo, altre, quali l’attitudine per la cura delle persone, che rappresentano un prezioso punto di partenza e che lo hanno spinto a svolgere attività di volontariato in una casa di riposo. 

Interventi di Cristina, Martina, Oghogo, Vanessa e Hassan.


Parte della giornata è stata dedicata alla riflessione su come utilizzare ESPaR nel sistema di supporto all’occupazione, aperta dall’intervento della Prof.ssa Laura Zanfrini dell’Università Cattolica che ha sottolineato la grandissima valenza di progetti come questo in termini di investimento sul futuro, soprattutto per l’impatto culturale che essi possono produrre nel lungo periodo su un numero di beneficiari indiretti che va ben oltre i risultati progettuali. Investire sui richiedenti asilo, soggetti vulnerabili non immediatamente occupabili, rappresenta una sfida enorme in termini di risorse ed energie, ma è al contempo un’operazione cruciale per lo sviluppo, all’interno dei nostri sistemi di mercato del lavoro, formazione e incontro tra domanda e offerta, delle competenze necessarie ad operare in contesti di eterogeneità in modo sostenibile nel lungo termine.  Stesso apprezzamento del modello di intervento ESPaR è stato manifestato dalla Dott.ssa Stefania Congia del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che di ESPaR ha valorizzato sì l’approccio sulla persona, ma al contempo anche la forte e precisa spinta dello strumento all’inserimento socio-lavorativo, purtroppo ancora poco sostenuto e considerato a livello di sistema. La dirigente della Divisione “Politiche di integrazione sociale e lavorativa dei migranti e tutela dei minori stranieri” ha presentato al pubblico alcuni degli strumenti pilota in corso o in programma all’interno del Ministero e si è detta disponibile e intenzionata a sostenere lo sforzo di promuovere il dialogo e la diffusione del modello all’interno delle istituzioni, nella consapevolezza che per garantire la sostenibilità di interventi validi come ESPaR, è fondamentale calarli all’interno delle reti istituzionali. 

Interventi di Laura Zanfrini e Stefania Congia. 


All’interno di una tavola rotonda, si è poi discusso di ESPaR nel sistema dell’accoglienza. Un contributo in questa prospettiva è stato offerto da UNHCR, attore chiave a livello internazionale e nazionale nel processo d’integrazione dei rifugiati, rappresentato al Convegno dal dott. Massimo Gnone. A fronte del recente proliferare di strumenti e iniziative da parte di istituzioni pubbliche e associazionismo privato, Gnone sottolinea la necessità di farli emergere dal contesto di origine per armonizzarli e contaminarli tra loro. Certamente vale la pena d’intraprendere questo sforzo per ESPaR, che rispetto ad altri strumenti si distingue per la centralità dell’elemento del percorso di maturazione e per la formazione specifica degli operatori a condurlo insieme al beneficiario finale. Non bisogna poi dimenticare, ricorda Gnone, il ruolo fondamentale del settore economico, oltre ad agenzie del lavoro e centri per l’impiego: le imprese rappresentano interlocutori fondamentali nel processo di accoglienza e integrazione dei migranti.

Lo sforzo di uscire dal proprio contesto per dialogare con altri mondi ha di fatto segnato l’intero processo creativo di ESPaR, ha sottolineato il dott. Stefano Pasta di UCSC. I ricercatori hanno infatti fin da subito coinvolto nella progettazione le associazioni dell’accoglienza. A fronte della graduale fuoriuscita dalla situazione emergenziale, Pasta auspica che la rete Sprar venga ampliata a scapito dei CAS: strumenti come ESPaR possono rivelarsi centrali nel mettere a sistema l’accoglienza e nel contribuire a correggere attuali distorsioni e malfunzionamenti.

Per ANCI, che gestisce a livello locale il sistema Sprar, ha parlato il dott. Giuseppe Traina, che ha spiegato come gli operatori già tentino di offrire agli ospiti dei centri un servizio personalizzato per sostenerli nella riconquista dell’autonomia: fanno orientano e mappano il territorio per identificare imprese disposte ad aiutare, ma l’intero processo viene gestito senza una precedente formazione e spesso si ricorre a servizi esterni per quanto riguarda l’avvio al mondo del lavoro. Spesso, inoltre, il sistema dell’accoglienza pare ingessato dal lungo tempo di permanenza nei centri in attesa degli esiti incerti delle procedure di asilo: ESPaR può in questo senso davvero fare la differenza, colmando con la narrazione e la relazione uno spazio vuoto che, soprattutto nei centri e nelle comunità più grandi, rischia di abbandonare la persona in una dimensione di prostrazione e passività.

La tavola rotonda è stata chiusa dall’assessore del Comune di Milano dott. Pierfrancesco Majorino, che ha raccontato al pubblico come Milano abbia raccolto la sfida coinvolgendo centri per l’impiego e singole imprese nell’attivazione di un numero importante di tirocini. È ancora lunga la strada da percorrere, in assenza di un piano nazionale per l’integrazione che a sua volta rende difficoltoso il dialogo tra enti locali e governo centrale, ma questi ostacoli non devono indurre e legittimare una narrazione dell’immobilismo. Al contrario, Majorino invita a una narrazione costruttiva che coinvolga in primis gli stessi migranti: smettiamo di parlare per loro e iniziamo a parlare con loro e, più ancora, facciamo parlare loro. 

Interventi di Massimo Gnone, Stefano Pasta, Giuseppe Traina e Pierfrancesco Majorino.


Parte della giornata, infine, è stata dedicata alla esportabilità di ESPaR all’estero per una sua sperimentazione e diffusione. La prospettiva europea è stata portata dai rappresentanti dei Soggetti Aderenti Esteri di progetto Bénédicte Halba per la Francia (Iriv), Anne Güller-Frey per la Germania (Tür an Tür), Jenny Phillimore per il Regno Unito (University of Birmingham), che hanno già intrapreso un’azione di divulgazione del modello nelle rispettive nazioni raccogliendo feedback molto positivi in termini sia di valutazione che di interesse a testarlo nei rispettivi sistemi d’accoglienza e integrazione.

ESPaR ha particolarmente colpito il pubblico straniero per il coinvolgimento attivo del migrante all’interno del percorso di orientamento, visto come vero e proprio strumento di empowerment in grado di fare la differenza. Ne è stato anche sottolineato l’enorme potenziale in termini di efficacia e attendibilità della narrazione e di bilancio di competenze, l’utilità concreta come strumento di più celere ed efficace inserimento nel mercato del lavoro, il valore come strumento di supporto all’individuo anche in termini di salute mentale e a prescindere dagli esiti della procedura d’asilo. Nell’ampio e variegato panorama di strumenti esistenti a livello europeo, certamente ESPaR porta un rilevante elemento di innovazione, che richiede e giustifica l’avvio di nuovi progetti volti a condividere il modello coi colleghi stranieri e le istituzioni europee.

La rappresentante della Spagna Irma Brunuel (CEAR) ha invece presentato i risultati di una ricerca di caso, condotta tramite interviste rivolte ad operatori “tecnici del lavoro”, che ha evidenziato come il modello di Kübler-Ross sull’elaborazione del lutto possa essere applicato a migranti nel momento in cui realizzano di non possono spendere in modo diretto la loro professionalità nella nazione che li ha accolti.

Interventi di Bénédicte Halba, Anne Güller-Frey, Jenny Phillimore e Irma Brunuel