La fase di Ricerca ha l’obbiettivo di raccogliere informazioni e materiali utili a creare un modello di bilancio di competenze che sia efficace e sostenibile. A tal fine, il progetto prevede l’analisi della letteratura e delle buone pratiche esistenti in Italia e in altri quattro Paesi europei: Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. Queste sono state scelte in quanto nazioni particolarmente popolose e con esperienze significative e diversificate sull'accoglienza di richiedenti asilo politico.

 

La ricerca all’estero è attuata grazie all’intervento attivo di quattro enti e istituzioni diversamente impegnati nel campo dell’integrazione dei migranti e richiedenti asilo - i cosiddetti Soggetti Aderenti Esteri - che sono:

 

  • Tür an Tür - Augsburg (DE)
  • IRiS – Institute for Research into Superdiversity, University of Birmingham - Birmingham (UK)
  • CEAR - Comisión Española de Ayuda al Refugiado – Valencia (ES)
  • IRIV - Institut de Recherche et d'Information sur le Volontariat - Parigi (FR)


Consulenze difficili e risultati di successo: gli output di una ricerca ESPaR

All’interno del progetto ESPaR, è stata condotta un’interessante ricerca qualitativa con l’obiettivo di analizzare i cosiddetti “casi di successo”, ossia interventi di orientamento e inserimento professionale realizzati con rifugiati che, pur partendo da una condizione iniziale di profonda difficoltà, si sono poi risolti positivamente.

Lo studio è stato condotto con la collaborazione della CEAR (Comisión Española de Ayuda al Refugiado), un ente spagnolo che ha il compito di fornire un supporto diretto e integrale ai rifugiati in diverse aree: dall'accoglienza all’inserimento lavorativo, dalla prevenzione del rischio psicosociale alla consulenza nelle pratiche per il riconoscimento dei loro diritti.

Per favorire l’inserimento professionale, sono soliti attivare specifici percorsi che aiutino il richiedente asilo a costruirsi una visione più realistica del mercato del lavoro spagnolo e delle opportunità che possono essere intraprese. Tuttavia, queste iniziative solitamente tendono a sottovalutare gli effetti psicologici della perdita del lavoro sul migrante e si limitano a spiegare il funzionamento del mercato del lavoro e ad incentivare la persona affinché si attivi per trovare un’occupazione il prima possibile. La letteratura scientifica mostra invece come la perdita del lavoro sia equiparabile a un vero e proprio lutto. Il dolore, la perdita di fiducia nel futuro e il senso di smarrimento sono solo alcuni dei vissuti che le persone provano quando perdono sia una persona cara che il proprio lavoro. Siccome nel caso specifico dei migranti non viene perso solo un posto di lavoro ma anche la possibilità di svolgerlo come un tempo, l’impatto è più consistente perché viene messa in discussione la loro professionalità. La conseguenza è che gli interventi di supporto all’inserimento lavorativo che non tengono in considerazione questo aspetto a volte non funzionano ed anzi vengono inconsciamente boicottati da chi ne prende parte, il quale fatica a comprenderne il valore e l’utilità professionale.

 Uno dei più importanti modelli che descrive le fasi del processo di elaborazione del lutto è stato realizzato dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross nel 1969. Gli americani Finley e Lee hanno condotto una serie di ricerche specifiche sulla forma di lutto rappresentata dalla perdita del lavoro e, nel 1981, sono giunti ad ampliare il modello precedente aggiungendo due fasi: “shock” e “sollievo”. Pertanto, le fasi che compongono il processo di elaborazione della perdita professionale sono complessivamente 7

 1. Fase di shock – paralisi da parte del lavoratore nel momento in cui viene comunicata la perdita del lavoro;

2. Fase della negazione – rifiuto dell’evidenza, difficoltà a realizzare quanto accaduto;

3. Fase del sollievo –le tensioni accumulate nel periodo precedente, in cui il licenziamento era un rischio, vengono rilasciate e, paradossalmente, la persona si sente in parte sollevata;

4. Fase della rabbia – vissuti emozioni molto intensi, quali rabbia e paura, che esplodono investire i familiari, gli amici ed anche gli operatori;

5. Fase della negoziazione – tentativi di “contrattare” con chi gli sta attorno avanzando proposte percepite come risolutive ma che in realtà sono irrealistiche e non percorribili;

6. Fase della depressione – fase iniziale della presa di consapevolezza della perdita che provoca senso di sconfitta, sconforto e riduce la reattiva della persona;

7. Fase dell’accettazione – accettazione della situazione che comporta una nuova attivazione, disponibilità alla collaborazione ed una visione più realistica circa le azioni future da intraprendere.

Partendo da questi due riferimenti teorici, all’interno del progetto ESPaR, è stata condotta una ricerca che si è prefissa l’obiettivo di analizzare il processo di elaborazione del lutto in percorsi di orientamento e inserimento lavorativo realizzati per richiedenti asilo. Sono state condotte 15 interviste, ad altrettanti “técnicos/as de empleo y formación” da parte di una psicologa del CEAR, con l’obiettivo di raccogliere casi di persone che sono state supportate in un percorso di inserimento lavorativo, selezionandoli tra quelli che inizialmente mostravano particolari difficoltà ma che, alla fine, si sono risolti in modo positivo.

L’analisi dei racconti, come rappresentato dal grafico, ha permesso di rilevare che:

  • nel 90% dei casi è emersa la fase dell’accettazione, segnalata ad esempio dal fatto che il migrante abbia alla fine compreso come sia indispensabile, prima di poter svolgere la professione desiderata, la formazione prevista dal paese ospitante;
  • nell’80% dei casi è stato possibile identificare la fase della negazione tramite espressioni specifiche quali «perché non posso fare questo lavoro?» ed episodi in cui il migrante manifestava il non darsi pace per la perdita subita;
  • la fase della depressione è emersa in circa l’80% degli intervistati, seguita dalla fase della negazione che viene riportata dal 70% dei casi;
  • la fase della rabbia emerge dai racconti del 60% dei casi. Un episodio emblematico di questo tipo riguarda il caso di un richiedente asilo che, arrabbiatosi moltissimo, denunciò al Ministero il proprio consulente e chiese che gli venisse cambiato;
  • nessun operatore ha segnalato episodi o comportamenti che fossero riconducibili alle fasi di shock e sollievo.

 

I risultati della presente ricerca consentono di trarre principalmente due conclusioni:

1)      la prima è che il fenomeno è presente, anche se non necessariamente in tutti, e che quindi è importante che gli operatori lo conoscano, imparino a riconoscerlo e sappiano trattarlo in modo tale da accelerarlo per giungere il prima possibile alla fase dell’accettazione;

 

2)      il secondo è che le fasi di shock e sollievo non sono riscontrate con questo target probabilmente perché non vi è un momento specifico e limitato nel tempo in cui la persona perde il lavoro e/o la propria professionalità, così come non vi è sollievo perché manca una fase precedente caratterizzata dal timore di essere licenziato.